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Lucernario: “La porta d’ingresso a Saramago”

15 luglio 2012

di Ciro Gazzola

Lucernario è il regalo che i lettori di Saramago meritavano. Non equivale a chiudere una porta, al contrario, significa aprirla in modo deciso, spalancarla [...]. Lucernario è la porta d’ingresso a Saramago e sarà una scoperta per ogni lettore. Come se un cerchio perfetto si chiudesse. Come se la morte non esistesse.”

 (Pilar del Rio)

Lucernario, è bene dirlo da subito, è un libro che ha sulle spalle sessant’anni.

A scriverlo fu un Saramago ventottenne, un ragazzo che non era ancora scrittore, o che forse scrittore lo era già, senza saperlo. Era un ragazzo, quello, che viveva in una Lisbona cupa, fredda, cattiva. Salazar, di quel Portogallo, era il padrone assoluto, e nella sua dittatura quel ragazzo era cresciuto.

Eppure, Lucernario, a sessant’anni da allora, non può che essere un titolo azzeccato: perché Saramago, in questo romanzo, fa davvero cadere luce dall’alto, illuminando le vite di un anonimo condominio di città, con le sue invidie, le sue storie nascoste in pochi metri quadrati di silenzi, frustrazioni, amori e odii inespressi.

E così, da quel lucernario che è un po’ la visuale stessa dello scrittore (quasi un Dio che vede dall’alto e scompare nella sua storia, direbbe Flaubert), intorno a noi si spandono le vicende di un manipolo d’uomini e donne che già prefigurano storie e caratteri che saranno del Saramago maggiore. Maggiore, o forse soltanto maturo, più anziano, temprato dai venticinque anni di silenzio che intercorrono fra questo romanzo e quello che ne rivelerà al mondo il talento narrativo, ovvero Manuale di scrittura e calligrafia. Venticinque anni fatti di impegno militante contro il regime salazarista (era iscritto al partito comunista), di letture, di studio, e soprattutto di quell’attività poetica che darà vita a raccolte come Le poesie possibili e Probabilmente allegria.

Leggere Lucernario mette sin da subito di fronte a un quesito: come poteva essere Saramago, vent’anni prima d’essere Saramago? O meglio: come poteva essere il ragazzo che sarebbe diventato lo scrittore?

Lucernario risponde a questa domanda nel modo più semplice e diretto: il Saramago ventottenne era, prima che romanziere, un giovane alla ricerca di risposte. Era uno scrittore con doti già fuori dal comune, ma con l’incapacità ancora di controllarle completamente, e in cui l’impronta dei modelli (Pessoa, la narrativa francese, e ancora la letteratura russa) si faceva sentire molto forte. Era, insomma, un autore alla ricerca di quella vena narrativa che sarebbe poi divenuta il suo marchio di fabbrica, al pari del suo famoso “dialogato” che tanto deve all’oralità.

In Lucernario, come scrive la moglie Pilar nella prefazione, vi è già tutto Saramago. Ma vi è ancora in filigrana, in modo qualche volta informe, seppur sempre efficace. È d’altronde impossibile non rintracciare nella splendida figura del giovane Abel l’antenato di Ricardo Reis, del signor José, ma anche di Baltasar Sette-Soli e di Gesù Cristo. E allo stesso modo Lìdia precorre alcune delle protagoniste femminili che invaderanno i romanzi successivi.

Ma anche i temi sono poi gli stessi: l’amore, indagato nelle sue manifestazioni più diverse e sottili, la ricerca di sé, la lotta all’interno di un mondo che è esclusivamente umano e in cui Dio non trova spazio.

Lucernario è, in fin dei conti, un romanzo fatto di domande. La luce che si spande attraverso di esso illumina le vite dei personaggi, ma non risolve i loro dubbi. E non risolve nemmeno i dubbi dell’autore, la sua affannosa ricerca di un perché alla vita (la stessa ricerca dietro a cui, senza arrivare ad alcuna soluzione, si affannano due dei personaggi chiave del romanzo, Abel e Silvestre, l’uno specchio dell’altro). Lo sforzo che l’autore conduce è grande, ma ancora privo di risposte, se mai ve ne saranno. Eppure Saramago fa sentire la sua voce, non ha vergogna dei suoi dubbi.

È forse questa l’essenza della sua scrittura: porre domande, proporre soluzioni.

E nelle parole di Abel, alter-ego letterario dello stesso Saramago, si coglie quest’ansia di ricerca, questo desiderio di risposte: “Ho la sensazione che la vita sia lì, dietro una tenda, a farsi grasse risate dei nostri sforzi per conoscerla. Io voglio conoscerla.”

Saramago avrebbe chiuso la sua personale porta sull’esistenza il diciotto giugno del 2010, cinquantasette anni dopo aver scritto il suo primo romanzo.

Ma come diceva egli stesso, “il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono.”

Da questo punto di vista, Lucernario è davvero una porta, una porta per cominciare il nostro viaggio nel mondo narrativo di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

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