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Il mestiere del traduttore editoriale: intervista a Denise Silvestri

6 novembre 2012

“I do love translating: it is the pure pleasure of writing without the misery of inventing.” Così Nancy Mitford, scrittrice britannica, definiva l’atto del tradurre. La scrittura è posta al centro: lo stile, il fascino di scoprire cosa vuole comunicare l’autore, la capacità di rendere il vero significato di un testo, senza perdere nessuna sfumatura. Oggi il mestiere del traduttore editoriale non sembra essere riconosciuto come dovrebbe, ma certo è che questa figura professionale rimane imprescindibile nel panorama editoriale e il suo valore merita senza dubbio il giusto riconoscimento.

Ma cosa significa davvero essere un traduttore o una traduttrice editoriale? Ce lo spiega Denise Silvestri, professionista che ha collaborato con le più conosciute case editrici italiane, come Mondadori, Piemme, Salani, Rizzoli e Guanda.

  • Denise, partiamo dall’inizio. Cosa ti ha spinto a fare questo mestiere e da dove hai cominciato? Qual è stato il tuo percorso formativo e professionale?

In realtà, nel mio caso non è stato come per molti colleghi, un sogno che si realizzava, è avvenuto per caso. Dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere e un anno di lavoro in ambito accademico con una Borsa di studi in Cultura russa per Giovani promettenti, mi sono ritrovata a fare un corso di editoria e dopo lo stage, mentre ero alla ricerca di un lavoro da redattrice, un grosso editore per cui collaboravo mi ha proposto una prima traduzione dall’inglese (io russista, per scherzare, mi definisco da sempre anglista di ritorno) di un volumone da dividere con altre due colleghe. Da quell’esperienza è nata un’amicizia e una prima esperienza da traduttrice da mettere sul curriculum. Le successive traduzioni sono arrivate un po’ per caparbietà un po’ per fortuna.

  • Quali sono i lati migliori e quali i peggiori di questo lavoro?

Per una persona che ha studiato in ambito umanistico, tradurre letteratura è meraviglioso, essere la voce nella propria lingua madre di un autore è un’esperienza emozionante e carica di responsabilità. E non deve per forza trattarsi di alta letteratura: per esempio, mi sono sempre divertita molto a tradurre opere anche meno pretenziose, come le chick-lit, perché spesso piene di giochi di parole da rendere in italiano, una bella sfida per un traduttore.

Ma tradurre è anche un mestiere come un altro, certamente affascinante, ma pur sempre un mestiere, e si porta dietro enormi difficoltà: dai compensi sempre più bassi alla difficoltà a mantenere collaborazioni durature con gli editori, dai ritardi cronici dei pagamenti alle incomprensioni con gli altri addetti del settore per divergenze sul testo, ecc.

  • Il traduttore è una figura fondamentale nel campo editoriale, ma spesso non viene riconosciuta e valorizzata nel modo adeguato. Come ti spieghi questa tendenza?

È la tendenza che riguarda un po’ tutti i lavoratori della conoscenza in Italia. L’editoria è un settore che si regge spesso sul lavoro di collaboratori esterni o precari e sembra come aleggiare una sorta di timore che riconoscere troppo l’utilità di una certa figura della filiera editoriale possa portare a pretese esagerate e ad aumenti sconsiderati dei compensi e quindi a problemi sul conto economico di un libro. Da revisore e redattrice, invece, negli anni mi sono accorta che più un traduttore bravo (e lo stesso discorso vale anche per gli altri addetti ai lavori) viene tenuto in considerazione, pagato il giusto, fatto lavorare con serenità e in tempi umani, minori sono poi gli inconveniente nelle altre fasi di lavorazione e il risultato finale che si raggiunge è di tutto rispetto, per il libro, per i lettori, per tutti, con un risparmio anche per l’editore.

  • Cerca di spiegare ai lettori come avviene concretamente la traduzione di un’opera letteraria, dall’inizio alla fine, e quali sono le caratteristiche di un buon traduttore.

In pratica hai davanti a te il testo in lingua originale, in forma cartacea e/o digitale, leggi una frase e la traduci in italiano, trascrivendola su un file di word, cercando di avvicinarti il più possibile alla forma e al contenuto dell’originale e di rispettare le norme redazionali della casa editrice. Quella è solo la prima stesura: una volta tradotto tutto, il bravo traduttore rilegge da capo con occhio da revisore e si corregge, prestando particolare attenzione alla naturalezza in italiano di dialoghi, espressioni ecc., a non cadere nel cosiddetto “traduttese” che rende il libro innaturale, a non lasciare errori, a eliminare eventuali incongruenze e granchi sfuggiti a una prima stesura o addirittura nell’originale (non sapete quanti originali arrivano pieni di errori e incongruenze). Una terza, quarta, quinta rilettura non farebbe male, ma con i tempi editoriali sempre più ridotti la correzione di un altro occhio esterno, più obiettivo, resta comunque indispensabile, e così i successivi giri di bozze.

  • E infine, se ti trovassi di fronte a un giovane che aspira a diventare un traduttore editoriale, cosa gli consiglieresti?

Di testarsi prima. Le università e le scuole interpreti traduttori non possono preparare completamente a questo mestiere così specifico e il desiderio di essere traduttore editoriale non fa per forza un traduttore editoriale. Oltre a conoscere bene la lingua di partenza bisogna conoscere – forse anche meglio – quella di arrivo, l’italiano, e fra colleghi diciamo sempre che bisogna anche avere un particolare dono che si scopre solo mettendosi realmente alla prova. Perciò consiglio sempre di frequentare un corso di traduzione editoriale con un laboratorio serio e prove di traduzione, per cimentarsi in piccolo nelle difficoltà che poi attendono un traduttore nella vita reale, meglio ancora se offre reali possibilità di lavoro futuro. Attenzione però anche a non farsi attirare da falsi canti di sirene: prima di scegliere un corso è sempre meglio informarsi, per esempio in rete. La rete è implacabile, i furbastri dell’ambiente si possono smascherare facilmente. E se poi la fortuna e il talento porterà quel giovane a fare questo mestiere, gli consiglierei di non chiudersi da solo nella propria stanzetta, ma di entrare in contatto con altri colleghi, per scambiare esperienze, consigli, aiuto, diffondere informazioni utili a tutti. Per questo c’è Strade, il Sindacato dei Traduttori Editoriali, per noi una vera ancora di salvezza.

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2 commenti leave one →
  1. 6 novembre 2012 09:29

    Reblogged this on operaidelleditoriaunitevi and commented:
    Riemergo dalla depressione acuta (di cui presto spero di poter parlare) per segnalarvi, ebbene sì, un’intervista alla sottoscritta. Buona lettura!

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  1. Andreina Lombardi Bon e Denise Silvestri « metagrapho

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